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Il mondo giovanile e le proposte che ancora mancano.

Articolo apparso sulla rivista ufficiale di Lavoro&Welfare

È stata approvata a fine luglio scorso la manovra finanziaria 2010. Attesa da tutti come la probabile ultima possibilità per questo Governo di mettere in atto una politica economica di contrasto al progressivo decadimento del nostro sistema produttivo e alla voragine della disoccupazione che oramai attanaglia il nostro Paese e poter dare allo stesso tempo una risposta ferma ed efficace alla nuova ondata di crisi economica che sta colpendo il vecchio continente. La crisi, si sa, non è uguale per tutti.

Negli ultimi anni, i giovani hanno pagato e continuano a pagare un prezzo elevatissimo. Sia a causa di mancati impegni nel perseguire politiche di sostegno giovanile,sia perché l’avvento di una crisi economica di tali dimensioni non ha fatto altro che piegare l’anello più debole della catena, il mondo giovanile appunto. Ma vi è davvero la volontà di rendere più semplice la vita a chi per esempio si avvicina al mondo del lavoro,vo a quello della formazione? I giovani sono il futuro e per questo dovrebbero essere visti prima di tutto come una risorsa.

Ma come si può parlare di futuro se poi osservando le statistiche scopriamo che 1/5 di essi sono disoccupati, e chissà quanti altri lavorano in nero, hanno un contratto da apprendista o a tempo determinato o hanno un lavoro part time? Il rapporto annuale dell’Istat ha recentemente contribuito a completare il quadro rappresentando una situazione più che allarmante. Anche in questo caso gli ultimi tra gli ultimi sono sempre i giovani. Su di loro cresce il peso di una società sempre più sbilanciata dalla parte degli adulti. Per i giovani l’unica possibilità risiede solamente nel lavoro precario, spesso mal retribuito. Ma ci sono situazioni dalla gravità ancora più estrema. E che riguardano per esempio, coloro che l’Istat indica con l’acronimo Neet. Ovvero coloro che non lavorano, non studiano, non si formano. I così detti Neet nel 2009 sono arrivati ad essere oltre due milioni, il 21,2% dei 15-29enni. Un’intera generazione che semplicemente, sta a casa e a carico dei genitori.

Ecco perché forte era l’attesa per una manovra fiscale in grado di poter dare delle risposte efficaci ai tanti problemi che colpiscono la parte più giovane di questo Paese.  La manovra da 24 miliardi invece prevede attualmente di recuperare metà della cifra (circa 10 miliardi di euro) con tagli a Regioni, Province e Comuni. Il che naturalmente concederà agli enti locali le risorse per i soli servizi di base, obbligandoli a cercare di ripianare le mancate entrate incidendo sulle tassazioni locali e sui tagli alle politiche sociali. Fin troppo facile dedurre come le prime ad essere tagliate saranno quelle giovanili. Proprio quando il rapporto annuale dell’Istat dimostra che la fascia d’età che più sta pagando la crisi economica in corso è quella compresa tra i15 e i 29 anni. La scarsa attenzione di questo esecutivo per i problemi legati al mondo giovanile è quindi palesemente visibile anche nell’ultima finanziaria. Le proposte e le idee sono tante, dalle politiche di agevolazione per l’inserimento al mondo lavorativo a quelle che per esempio diano aiuti concreti per la conquista dell’autonomia abitativa (politica attuata con successo in Spagna).

Si sa, la speranza è sempre l’ultima a morire ma la preoccupazione per un ragazzo che si trova ad affrontare il pieno della sua crescita formativa e professionale è tanta. Le cause sono facilmente immaginabili, vanno ricercate nel ricorso irrefrenabile ai contratti a termine, che alla prima occasione saltano e non vengono rinnovati, e nel fatto che le aziende a causa della crisi hanno contratto le assunzioni del 20%, di un quinto rispetto a quanto facevano in precedenza. Per non parlare del blocco totale delle assunzioni e del congelamento dei salari per tre anni imposto dalla manovra ai dipendenti della pubblica amministrazione. Parlando proprio della crisi e del periodo cupo che ci aspetta, pesano come un macigno le parole di Mario Draghi che ha affermato che se la ripresa non dovesse arrivare «a crescere sarà la probabilità di una disoccupazione persistente» che «specie se vissuta nelle fasi iniziali della carriera lavorativa, tende ad associarsi a retribuzioni successive permanentemente più basse».  Il futuro quindi è tutt’altro che roseo. Noi però la tenacia e la volontà di crescere non la perderemo, sperando però in una classe politica che ci dia sostegno e tutele.

 

Ottobre 2010

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Questa voce è stata pubblicata il 02/10/2010 da in Politicando con tag , , , , .
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