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Iraq addio, ora gli USA guardano al Golfo Persico

 

Gli Stati Uniti pensano a una nuova strategia per il Medio Oriente. Un riposizionamento delle forze da accompagnare all’exit strategy irachena: il Golfo Persico

 

COME promesso da Barack Obama, il 31 dicembre segnerà la fine della missione per quasi tutte le forze americane in Iraq. Washington però starebbe pensando a un dislocamento delle proprie truppe nelle diverse zone calde del Golfo Persico. L’idea che da settimane circola aPennsylvania Avenue è quella di una larga intesa con i paesi del Golfo che temono che il ritiro americano possa causare un potenziamento politico per l’Iran, ansioso di estendere la sua influenza nel territorio persico. Non è un mistero d’altronde che Barack Obama guardi all’Iran con preoccupazione ed è per questo che punta a ricavare alcuni vantaggi strategici dalla faticosa ritirata da Baghdad. Tra questi la possibilità di sfruttare le storiche amicizie con alcuni dei paesi della regione proponendo, con appositi rapporti bilaterali, quella che il New York Times ha definito una “nuova architettura della sicurezza” nel Golfo Persico.

Il piano dovrebbe prevedere una massiccia dislocazione in Kuwait e nell’Arabia Saudita dove basi e armamenti giacciono dalla prima guerra del golfo del 1991. In quest’ottica, gioca a favore di Obama il ruolo primario che i sauditi svolgono all’interno del Gulf Cooperation Council. Il consiglio, che raccoglie i principali Stati della regione persica, ha visto spesso prevalere scelte militari e diplomatiche vicine a quelle di Washington. Basti pensare per esempio che Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno partecipato attivamente alla recente missione NATO in Libia inviando propri aerei da combattimento e che gli stessi Emirati e il Bahrain hanno delle proprie forze in Afghanistan. Ecco perché molti analisti sono pronti a scommettere che Obama stia pensando a qualcosa di più ambizioso. Una cooperazione tout court con il Consiglio del golfo che mirerebbe a realizzare una specie di NATO del territorio persico.

La strada però è tutt’altro che in discesa. Gli States sperano di poter dialogare con i membri del consiglio a margine della prossima assemblea di dicembre ma i primi dissapori escono alla luce. Tramite le parole del suo ministero degli esteri, il Kuwait ha ribadito che non concederà mai il suo territorio per attacchi militari verso altri paesi della regione. Un rifiuto del Kuwait sarebbe un duro colpo per gli sforzi degli Stati Uniti. All’inizio di questo mese il Pentagono aveva ribadito la sua speranza di trasferire almeno 4.000 soldati dall’Iraq al Kuwait.

Il nodo delle questione è proprio questo: mentre gli USA pensano a dislocamenti mirati, molti Stati persici offrono unicamente la disponibilità momentanea per accogliere le truppe in transito. Le manovre della diplomazia americana sono già in fase avanzata ma la missione non è delle più facili. Negli ultimi anni infatti molti paesi Arabi si sono mostrati più cauti verso le politiche di Washington. Ad esse rimproverano una serie di scelte devastanti per la stabilità politica della regione. A questo si aggiunge una scarsa convinzione sulla necessità di inasprire i rapporti con Teheran.

Mentre la maggior parte degli Stati arabi del Golfo si oppone a un attacco militare contro l’Iran, temendo che sarebbe controproducente, gli Stati Uniti sembrano impostare la fase post – irachena tutta in ottica anti Iran. Facile perciò comprendere come la posta in gioco sia elevatissima. Il duplice obbiettivo di Barack Obama mira a creare un riservato controllo a distanza sul territorio iracheno e, allo stesso tempo, a potenziare le forze per eventuali minacce di Teheran. Un piano complesso su cui l’America ha deciso di giocare tutte le sue carte, cosciente di dover vincere la battaglia più difficile: lo scetticismo dei paesi Arabi.

 

The Post Internazionale

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