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Rinunciare a Taiwan per sanare il debito americano, così la finanza sostituisce l’ideologia

Da decenni l’attenzione delle due potenze per la Repubblica di Cina è costante. Mentre Pechino spinge per un’annessione ufficiale, gli Stati Uniti d’America vendono armi a Taipei. E c’è chi, come il New York Times, propone di cessare ogni pretesa sull’isola per tagliare il 10% del debito americano

 

MENTRE Obama sigla un accordo militiare con l’Australia che prevede lo schieramento di forze americane nel Pacifico (fino a 2.500 marines in una base nel porto di Darwin da metà del 2012), la delicata questione di Taiwan ritorna al centro del dibattito nelle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino. Le nuove frizioni, a causa della vendita di armamenti americani a Taipei, rischiano di causare ulteriori ostacoli nelle relazioni militari e diplomatiche dei due paesi. I dissidi con la Cina dovuti alla vendita di armi americane a Taiwan non sono certo una novità. Ciò che sta cambiando però è il tenore di queste periodiche dispute, sempre più acute e deleterie per le relazioni bilaterali delle due grandi potenze mondiali.

Mentre la Cina spinge con vigore per ottenere un’annessione politica dell’isola, gli USA pensano ad alleggerire le misure di tutela da decenni destinate alla piccola Repubblica di Cina. La Casa Bianca mira al duplice obbiettivo di non inasprire ulteriormente i rapporti con il Sol Levante e, allo stesso tempo, risparmiare centinaia di milioni di dollari, investiti annualmente per sostenere Taiwan.

In tempi di recessione globale anche la potente America punta a diminuire le spese militari. Obama sembra essere sempre più convinto che i destini geopolitici del pianeta possano essere decisi anche senza l’utilizzo sistematico della forza. Il caso di Taiwan ne è un esempio palese. Oggi infatti gli States hanno ben poco interesse strategico sulla piccola isola che invece sembra avvicinarsi gradualmente alla Cina. Pechino è infatti impegnata a investire sempre più sull’assorbimento di Taiwan puntando su importanti joint ventures e sulla formazione aziendale.

Intanto gli Stati Uniti continuano a intrattenere importanti rapporti commerciali con Taipei allo scopo di mantenere un distaccato controllo dell’equilibrio strategico nella regione. Lo scorso 21 settembre la Casa Bianca ha informato il Congresso dell’intenzione di vendere al governo di Taiwan equipaggiamenti bellici per 5,8 miliardi di dollari, compresa un’intera flotta navale. Le autorità di Pechino ultimamente però si mostrano sempre più intolleranti verso quella che giudicano un’indebita intromissione statunitense nelle relazioni con una propria provincia ribelle.

Vi è poi un’altra questione legata all’impegno americano verso Taipei ed è di ordine più tipicamente economico. Le spese sostenute negli ultimi decenni da Washington per mantenere lo status quo della Repubblica di Cina risultano sempre più elevate. Qualche giorno fa, un interessante editoriale del New York Times proponeva a Barack Obama di rinunciare a qualsiasi assistenza militare ed economica verso Taiwan. In cambio, procedeva l’articolo, si potrebbe avanzare una richiesta di annullamento di buona parte del debito pubblico americano detenuto dalle banche cinesi. Fantapolitica? Forse. L’idea del giornale della grande mela, però, oltre a ridurre il debito americano potrebbe spingere Pechino a porre fine al sostegno politico ed economico per paesi quali Iran, Corea del Nord e Siria, esercitando un’influenza regolatrice su una regione sempre più instabile come il Pakistan.

L’accordo inoltre eliminerebbe quasi il 10 per cento del debito pubblico dell’America senza dover ricorrere ad impopolari aumenti delle imposte e sofferti tagli di spesa. Inoltre Washington potrebbe reindirizzare la propria politica estera ed eliminare ogni futuro rischio di un coinvolgimento bellico con la Cina.

Oggi perciò, la decennale sfida tra le due grandi potenze industriali ed economiche del globo sembra essersi spostata nelle lussuose banche di Pechino. Non si tratta di una lotta geopolitica per “dominare” il Pacifico come in passato. Nell’era dell’alta finanza, infatti, anche le sfide tra le grandi potenze sono cambiate: i titoli di stato e le obbligazioni hanno preso il posto delle ideologie.

The Post Internazionale

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