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“Così gli americani hanno armato la repressione di piazza Tahrir”

L’accusa di Amnesty International: secondo la famosa ONG 

molte armi usate dalle forze di sicurezza egiziane negli scontri del Cairo sono 

state fornite da aziende statunitensi. La Casa Bianca non commenta, ma sul web e nelle strade nascono già le prime proteste

SONO mesi davvero difficili per l’Egitto. A meno di un anno dalla “25th January Revolution” e a pochi giorni dalla prima fase delle elezioni che hanno visto emergere il movimento dei Fratelli Musulmani, una nuova bomba mediatica è pronta ad esplodere.

Ad innescarla le notizie lanciate qualche giorno fa da Amnesty International secondo cui “gli Stati Uniti hanno ripetutamente inviato forniture militari all’Egitto nonostante le forze di sicurezza del Cairo stessero mettendo in atto una violenta repressione contro i manifestanti”.

La notizia, se confermata, potrebbe creare non pochi imbarazzi per il governo americano. Si parla di numerose spedizioni navali destinate al ministero dell’Interno egiziano che sarebbero partite dagli States con a bordo munizioni, armi e strumenti per la gestione dell’ordine pubblico (come prodotti chimici e agenti antisommossa quali i gas lacrimogeni).

Secondo TransArms, una Ong americana che analizza il mercato d’armi mondiale, il 13 ottobre almeno sette tonnellate di materiale sarebbero partite dal porto militare di Ocean Point Sunny, in Carolina del Nord, giungendo ad Adabiya, vicino Suez, il 26 novembre.

Ma secondo le stime di Amnesty International vi sarebbero almeno altre due spedizioni “sospette” partite dai porti americani. Lo scorso otto aprile, ad esempio, la CSI (Combined Systems Inc.), azienda della Pennsylvania che fornisce “dispositivi per il controllo della folla” per gli eserciti e le agenzie di sicurezza interna (così è riportato sul sito ufficiale della società), aveva spedito circa ventuno tonnellate di munizioni al porto egiziano di Suez. Quattro mesi dopo, ad agosto, un altro carico di quasi diciotto tonnellate di munizioni era partito dal porto di New York diretto a Port Said in Egitto.

Queste ultime due spedizioni, partite da porti civili, oltre a risultare nella banca dati degli scambi commerciali, vengono anche classificate con il codice di prodotto usato per i proiettili, le cartucce e i fumogeni. E proprio di fumogeni “made in USA” parlò il Guardian il 21 Novembre scorso in un articolo dell’inviato al Cairo Jack Shenker. Il giornale britannico riportò le proteste dei dimostranti di piazza Tahrir, doloranti per la pelle corrosa dai gas della polizia e gravemente feriti dai proiettili di gomma sparati sulla folla. Numerosi manifestanti dissero di aver recuperato cartucce marchiate con il nome della Combined Systems.

Proprio per questo, il primo dicembre, alcuni dimostranti (molti dei quali di origine egiziana) hanno manifestato fuori dai cancelli della CSI, in Pennsylvania, sfilando con maschere antigas e bende all’occhio in segno di solidarietà dei manifestanti feriti al Cairo. Nel frattempo altri sit-in sono stati organizzati fuori dai consolati egiziani a New York e in Canada.

E’ bene sottolineare come l’esportazione di gas lacrimogeni alle agenzie di sicurezza straniere non sia vietata dalla legge. Anche perché, in quanto destinata al ministero dell’Interno e non a quello della Difesa, la spedizione di “strumenti” per il controllo dell’ordine pubblico non è catalogabile come aiuto militare di tipo diretto. La stessa Combined Systems, per esempio, in precedenza ha fatto affari con la polizia israeliana e ha venduto materiale alle forze tunisine durante gli scontri che portarono alla fuga del presidente Ben Ali.

Appare tuttavia quantomeno paradossale che un’amministrazione così attenta agli sviluppi democratici del mondo arabao come è quella di Barack Obama, possa avallare scambi commerciali di questo genere. E’ innegabile che le scene cui abbiamo assistito nei giorni passati sui maggiori network mondiali in cui i manifestanti egiziani vengono respinti a suon di gas tossici e feriti da proiettili americani, qualora Amnesty International avesse denunciato il vero, siano senz’altro un duro colpo per l’immagine dell’amministrazione Obama, da sempre vicina ai temi della libertà e della democrazia.

The Post Internazionale

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