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Il modello sociale europeo

Quale futuro per il modello sociale europeo?

Un mio articolo sul sito lavoro&welfare.it

In un contesto sociale come quello che attualmente vive il vecchio continente, caratterizzato dalla forte crisi economica, dall’aumento del costo della vita e dall’emergere di realtà politiche sempre più viranti a destra, il rischio maggiore è che vi sia una forte recessione nell’ambito delle politiche del welfare da parte degli Stati nazionali.
Le tradizioni, le esperienze e le politiche degli Stati nazionali e dell’Unione Europea hanno spesso assunto dei principi affini o comunque simili nello sviluppo di un modello sociale comune. Esso, ha visto l’emergere di politiche basate su dei punti cardine come quello della giustizia sociale, del progresso economico distribuito, della sostenibilità ambientale e soprattutto della solidarietà e dell’interesse per le fasce deboli della società, ponendo grande attenzione sulla dignità umana.
Proprio sulla base di questi valori condivisi e di questi principi comuni, molti Stati del nostro continente hanno costruito una serie di interventi di sostegno della promozione sociale mirati alla tutela della parte più debole delle proprie comunità. Accanto a una valida azione politica sono state poi sviluppate, specie nei paesi del Nord Europa, una serie di istituzioni indirizzate da una parte alla creazione di leggi, e alla costituzione di strutture organizzate di sviluppo del welfare state, dall’altra allo stimolo e indirizzamento della società civile per aiutarla ed invogliarla a sviluppare a sua volta, nuove forme di welfare.
Queste sono nate soprattutto nei corpi collettivi organizzati come le associazioni delle categorie professionali o quelle di volontariato, così da poter partecipare e rafforzare l’iniziativa pubblica in modo continuato. Ecco quindi che, in differenti modi, con il modello sociale europeo si è cercato di costruire  un’economia sociale di mercato e creare uno strumento essenziale per correggere le disuguaglianze causate dall’economia del libero mercato e cercare di riaffermare il primato della politica nel progresso della società.
Tuttavia, la crisi ha notevolmente influito nel cambiamento strutturale degli stati Europei. Qualche mese fa, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi lo ha detto in modo chiaro:  “il modello sociale europeo è morto, superato, come dimostrano innanzitutto i drammatici tassi di disoccupazione giovanile che in alcuni paesi sfiorano il 50%”. Ecco perciò, che alla crisi politica e ideologica si aggiunge quella economica: la crisi dei debiti sovrani che sembra coinvolgere tutta l’Europa.
Ai più scettici tutti questi fattori possono apparire come il punto di approdo finale di un modello di sviluppo che fin’ora, da più di cinquant’anni, aveva consentito una crescita stabile ed un benessere mediamente diffuso creando dei mezzi molto elevati di protezione sociale.  Si potrebbe pensare che l’ illimitata estensione della protezione sociale sia una esperienza ormai conclusa perché vincolata alla convinzione che le società occidentali, basate su un capitalismo maturo, avessero margini pressoché illimitati di crescita. Adesso che la recessione è diventata una costante, e non più un evento eccezionale, il rischio maggiore è che vi sia un totale scetticismo verso la bontà e l’utilità dei modelli sociali  finora utilizzati in Europa.
Certo, va detto secondo me che Mari Draghi, con le sue affermazioni, ha avuto il merito di fare emergere alcune peculiarità di questa crisi europea, probabilmente non una crisi  dell’euro, ma una crisi strutturale dell’Europa.
Nonostante la mia assoluta convinzione nell’utilità del modello sociale europeo va riconosciuto come alcuni fattori (ad esempio l ’aumento della vita media o l’evasione fiscale in alcuni paesi) abbiano reso sempre meno sostenibili i generosi sistemi di welfare dei nostri stati europei, spesso fondati sul monopolio pubblico dei servizi.
Una moltitudine di fattori emergenti rischia perciò di intaccare notevolmente il sistema del modello sociale europeo. Pensiamo per esempio, alle drastiche misure di contenimento della spesa pubblica che stanno coinvolgendo tutti i maggiori paesi europei. I fortissimi tagli operati dai governi nazionali, e talvolta incentivati da esplicite richieste dell’Unione Europea, sono spesso diretti a strumenti di tutela o sostegno della collettività come i salari, i sistemi pensionistici o gli ammortizzatori sociali.
Altro fattore è quello politico-ideologico. Il cambio dell’indirizzo politico che ha riguardato molti paesi europei, portandoli ad una forte virata a destra, ha determinato, come prevedibile, un cambio netto delle politiche di sostegno e di sviluppo della società. Vi sono tuttavia delle novità che secondo me possono far pensare in positivo. Se pensiamo alla più grande democrazia del mondo, quella Statunitense, non c’è da essere molto pessimisti grazie alla possibile riconferma di Barack Obama. L’ex senatore dell’Illinois, a detta di molti notisti politici, avrebbe potuto fare molto di più ma ha comunque portato avanti in modo coraggioso delle politiche strutturali del tutto innovative per il contesto sociale statunitense come quelle riguardanti la riforma sanitaria, le politiche dell’immigrazione e quelle dei diritti sociali.
Se guardiamo al vecchio continente invece, altra novità che potrebbe fare pensare in positivo è quella che ha portato all’Eliseo Francois Hollande. Il neo presidente francese infatti, sembra poter essere l’emblema di una nuova fase politica che porti a una ricostruzione su base europea affidata a forze progressiste e moderate in grado di superare i populismi emergenti e le politiche retrograde delle destre. In questa ottica, anche a livello nazionale, vi può essere uno stimolo da parte di esempi esterni, in primis quello francese e quello americano sopra citati. Questi casi posso ridare slancio alle forze moderate di sinistra che hanno a cuore l’Europa sociale,  quella basata sulla tutela dei diritti e del welfare, capace di sviluppare un completo approfondimento sui limiti del liberismo e del rigorismo.
Penso quindi che proprio dalla base di questi valori e principi comuni, si debba dare vita  a uno sforzo collettivo per caratterizzare gli Stati europei nei progetti e nelle politiche per il futuro affinché il concetto di Modello Sociale Europeo non sia solo un’idea progettuale o un riferimento simbolico ma resti un elemento essenziale, costitutivo e caratterizzante dell’identità europea.

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