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Sprazzi d’America. Krugman e i Dem ostaggio di Wall Street. L’addio di Gore Vidal e le convention presidenziali!

Negli States è tempo di riflessioni. Dopo mesi infuocati di campagna elettorale e polemiche di ogni tipo, è giunto il momento di tirare le somme. Meno di un mese e i due candidati (quasi) ufficiali, Barack Obama e Mitt Romney, riceveranno l’investitura ufficiale da parte dalle centinaia di delegati presenti alle due convention nazionali prima della grande sfida del sei novembre.
Appuntamento a Tampa il ventisette agosto per l’incontro del Gop (qui, su RepubblicaTV, un curioso Time Laps per la preparazione della convention). Mentre  ai primi di settembre toccherà alla città di Charlotte ospitare i democratici. Per poter approfondire il tema delle convention e capire quanto grande sia la macchina organizzativa e cosa c’è dietro questi eventi, potete dare uno sguardo a questo articolo del TPI.

Sul Corriere, intanto, nella sezione Cultura di martedì, il premio nobel Paul Krugman sembra sconfessare la strategia anticrisi di Barack Obama e del suo partito colpevole di essere “molto vicino a quegli stessi interessi finanziari che hanno causato la crisi, anzi..quasi ostaggio”.
Ma per Krugman le colpe dei Dem non finiscono qui. Il partito di Barack Obama, afferma il premio Nobel, sembra essere “parzialmente cooptato da Wall Street” che, allo stesso tempo, “esercita notevole influenza sulla squadra di economisti” vicini al presidente.
Come risaputo, e come accennato anche nell’articolo di Krugman, Barack Obama nei primi mesi della campagna elettorale era seguito da uno staff che Noam Scheiber (autore de ”Gli illusionisti: come Obama e i suoi si sono lasciati sfuggire la ripresa economica”) definì “oscuri professori universitari, alternativi e bastian contrari”.
Poco prima del voto, però, il futuro presidente si circondò di esperti e di tecnici vicini all’establishment di Wall Street e alla ex amministrazione Clinton. L’articolo ne cita in particolare tre:  Jason Furman Larry Summers e Tim Geithner, ministro del tesoro, definito “l’architetto del salvataggio di Wall Street”  e descritto tempo fa in un mio articolo.
Il brano di Krugman continua con altre analisi interessantissime, approfondisce le colpe dei repubblicani e si sofferma su altre due letture: “Povero miliardario”  di Thomas Frank e “L’era dell’austerità”  di Thomas Edsall. Qui il testo completo.
L’altro ieri, invece, è venuto a mancare Gore Vidal, maestro unico nel suo genere, provocatorio, estremo, poliedrico, insomma un’artista completo.
Prossimamente cercherò di soffermarmi di più sulla sua grande figura, scrivendo alcune impressioni ricavate dalla lettura dei suoi libri.
Intanto, sembra quasi inutile scrivere ciò che ha fatto nella sua lunga carriera, anche perché ne han già parlato un po’ tutti  e poi, soprattutto, perché ha fatto davvero di tutto: dal cinema con Fellini alle sceneggiature teatrali e cinematografiche fino ai romanzi, tantissimi, e alle dure analisi politiche raccolte nei saggi degli ultimi anni.
Io, che non leggo molto i libri di narrativa, comprai un suo saggio, “La fine delle libertà”. Lo comprai soprattutto perché interessato all’opinione che Vidal aveva in merito ai fatti di Waco, che in quel periodo volevo analizzare e che, quando avrò un po’ di tempo, approfondirò in questo blog.
Sapevo della sua tenacia e della sua fermezza nel criticare e nel contestare l’eccesso e la prepotenza delle recenti politiche americane.
Pagina dopo pagina però, scoprii che sfogliare una sua opera voleva significare immergersi in sessant’anni e più di storia americana. Leggere le sue posizioni politiche, mai velate, mai vaghe ma, al contrario, sempre nette e incisive, fu una vera boccata d’aria per me.
L’idea che un’artista totale come era Vidal, esprimesse posizioni così radicali in tema di scelte politiche degli Stati Uniti, era un qualcosa di davvero insolito.
Le sue convinzioni, le sue teorie, sembravano lontane da quelle dei classici intellettuali americani e solo in superficie, rischiavano di assomigliare agli scrittori complottistici alla David Icke.
In realtà, nei testi di Gore Vidal c’era la propria esperienza, la saggezza di un padre che conosce il proprio figlio e ne racconta i difetti per concludere elogiandone i tanti pregi. Le sue convinzioni su Pearl Harbour, sulla strage di Waco o sull’attentato di Oklahoma City appaiono estreme ma condivisibili, polemiche ma realizzabili. Posizioni spesso molto critiche, scontrose ma sempre interessantissime da apprendere ed analizzare. Capaci di dare al lettore la voglia di ricercare e conoscere sempre più le tante falle e i tanti punti oscuri della recente storia americana.
Ovviamente, io da appassionato di politica americana mi sono unicamente soffermato sul lato politico e, forse, politicizzato del grande artista Statunitense.
Oltre ai suoi ultimi saggi politici ovviamente vi è una carriera lunga sessant’anni in cui egli emerge indubbiamente tra i protagonisti del panorama culturale dell’America del dopoguerra.
Qui, dal sito Mymovies, alcune notizie interessanti sul Vidal “cineasta”.

Mentre qui, un interessante ricordo di Gianni Riotta sulla Stampa.

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