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Da santi, poeti e navigatori ad analfabeti: l’involuzione del Belpaese

Se ce ne fosse dovuto essere il bisogno ecco l’ulteriore conferma sullo stato deprimente del nostro paese. Inutile tentare di non demoralizzarsi dinanzi ai dati dell’ultima relazione OCSE uscita proprio in queste ore.
E’ un costante sconforto quello contro cui, noi giovani, ci troviamo a lottare in questo paese. Poche speranze, tanti impedimenti e, soprattutto, nessuno strumento di supporto. Nessun vittimismo per carità, solo tanta amarezza.
Ma veniamo al tema: in sintesi l’OCSE (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ci pone ultimi, ventiquattresimi, tra tutti i paesi europei presi in esame per capacità di muoversi nel mondo del lavoro e nella vita sociale. Per la precisione dall’indagine si desume l’impreparazione degli Italiani a cavarsela nell’attuale contesto globale.
Se parliamo di competenze alfabetiche siamo praticamente ultimi con un punteggio medio di 250, contro una media Ocse di 273 e con 1/3 che non supera neanche il primo livello dei sei nella quale è diviso ogni tema analizzato. Nelle capacità matematiche la nostra media è di 247 rispetto a 269 di quella Ocse.
Parlavo di noi giovani quindi, sempre stando alle cifre analizzate il dato più allarmante è quello dei c.d. Neet, cioè ragazzi a cavallo tra i 16 e i 29 anni che in pratica non fanno nulla: non studiano e non lavorano.
Ovviamente non ci voleva l’Ocse per ricordarci quale sia lo stato imbarazzante in cui si trova il nostro paese nel campo della ricerca, dell’istruzione e della formazione lavorativa.  ocse
Tuttavia mi sembra interessante riportare le scoraggianti dichiarazioni del Min. del lavoro Giovannini che parla di un paese di “inoccupabili”. Ovvero di buona parte della popolazione che “non ha le conoscenze minime per vivere nel mondo in cui viviamo e non costituisce capitale umano su cui investire per il futuro”.
Che altro aggiungere?  Non avrebbe neanche senso affidargli qualche colpa, essendo lui in carica da pochi mesi.
Sembra però inutile glissare sulle colpe della classe politica degli ultimi decenni (forse di più) che ha man mano disinvestito nella ricerca e nella formazione dei propri cittadini e, di conseguenza, nel futuro del paese.
Per amor di cronaca bisogna anche dire che, per ora (ma vediamo quanto durerà) l’attuale Min. Carrozza ha confermato che Il Miur è stato l’unico ministero che non ha contributo alla spending review. Va anche detto che è si vero che nel rivedere i trentacinque capitoli di spesa da cui reperire quasi un miliardo di euro il Miur non è stato compreso, ma è anche vero che ormai da tagliare non c’è praticamente nulla.
Pensate che oggi l’Italia oggi l’Italia spende per l’istruzione il 4,7% del Pil rispetto al 6,3% della media dei Paesi Ocse e  che con un debito sopra i due mila miliardi di euro e pari ormai al 130% del PIL nazionale, si può benissimo prevedere come questo dato rischi pericolosamente di scendere ancora.
A proposito di OCSE poi, l’importante organizzazione europea aveva già espresso le sue preoccupazioni in questo report dell’estate scorsa in cui analizzava lo stato dei sistemi educativi di 40 paesi.

Cosa diceva dell’Italia? Si enfatizzava:

– L’ALTA PRESENZA DI DOCENTI ANZIANI ( nel 2011, il 47,6% dei maestri elementari, il 61% dei professori delle medie e il 62,5% di dei docenti delle scuole superiori era over 50) e l’enorme differenza negli stipendi con i colleghi europei (36.928 dollari annui per un proff italiano con 15 anni di anzianità contro 41.665 dollari di media Ocse).

-LA BASSISSIMA SPESA PER STUDENTE . Anche qui siamo l’unico paese dell’area Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria con un aumento di appena  0,5% per spesa per studente ( circa il 60% nei paesi OCSE).

– I MISERI STIPENDI DEI NEOLAUREATI. Questo è un tema fondamentale in relazione all’interesse nella formazione da parte di un giovane. Se pensate che la differenza di compenso tra un neolaureato e un diplomato da noi è solo del 22% ( mentre per le generazioni che adesso hanno tra i 55/65 anni è quasi del 70%).

Insomma, i dati di oggi sembrano essere solo un ulteriore conferma della situazione italiana. Siamo praticamente una nave alla deriva in cui qualcuno ha ogni tanto la fortuna di trovare una scialuppa di salvataggio che magari lo possa premiare con un posto gratificante o portare direttamente all’estero.
E per chi resta qui? Parafrasando uno splendido film di Lina Wertmuller:
” Speriamo che se la cavi”

Una bella riflessione sui dati di oggi la potete trovare qui,  su Rep.it di oggi, a cura dell’economista Tito Boeri.

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