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L’ennesima lezione dell’America. Perchè da noi Bill De Blasio non avrebbe mai vinto.

In questi giorni leggevo tanti elogi al neo sindaco di New York e pensavo: “Ma da noi uno come De Blasio potrebbe mai vincere?”
Parliamoci chiaro: un figlio di immigrati (mamma italiana e papà tedesco), di sinistra, con una famiglia multirazziale e, soprattutto, con un programma “anti ricchi” e pro minoranze, avrebbe avuto chance di vincere nel nostro paese? Penso proprio di no. Bill de Blasio
Dopo settimane di commenti della stampa di tutto il mondo, provo, quindi, a porre una riflessione sull’elezione di De Blasio.
Ma partiamo dall’inizio: il candidato democratico, per chi non lo sapesse, ha basato la sua campagna elettorale su pochi ma efficaci punti: l’abbattimento delle diseguaglianze, la costruzione di nuovi asili nido e l’annullamento della norma “Stop and frisk”, che permette alle forze dell’ordine di effettuare controlli perquisendo i cittadini senza alcun apparente motivo e senza che ciò avvenga in caserma (norma che penalizzava i “non bianchi” della città). Aggiungiamo anche la sua battaglia per gli affitti più equi, un’altra sfida difficile dato che mettere mano alle attuali normative vigenti in città non sarà affatto semplice . Tuttavia, De Blasio conta anche di costruire circa 200 mila appartamenti, pronti almeno tra due/tre anni.
Ora, senza dilungarci sul programma con cui, dati alla mano, l’ex difensore civico ha stravinto nella Grande Mela ( con il 73.3% dei voti), vorrei soffermarmi su come egli sia riuscito a vincere e cioè grazie a un consenso trasversale.
Eppure la sua avventura non era cominciata benissimo: ad agosto, candidatosi per ultimo alle primarie democratiche era dato per spacciato e, nel corso dei mesi, la stampa repubblicana lo aveva spesso attaccato per le sue posizioni “troppo di sinistra” (vedi foto).Deblasio
Dunque, dicevamo del grande consenso ottenuto da De Blasio:  oltre a uno scontato 92% di chi è registrato tra i Democratici anche un 16% di stampo Repubblicano e poi: 85% dei bassi redditi ma anche il 63% dei medi e, ( LEGGETE BENE) il 76% di chi guadagna più di centomila dollari all’anno.
Ecco che, nella città dove vivono più ricchi al mondo ( ce ne sono quasi ottomila da almeno trenta milioni di dollari di patrimonio netto), si afferma l’uomo delle minoranze.
Una storia bellissima se ci pensate: il primo grande politico bianco con moglie nera ( il wp ha dedicato un articolo proprio a questo aspetto) che da difensore civico di quartiere diviene sindaco della capitale mondiale dei ricchi e lo fa, promettendo di  aumentare le tasse ai ricchi per recuperare i soldi che gli permettano di migliorare i trasporti pubblici, le scuole, la sanità e il sostegno ai disoccupati e ai poveri della città.
Insomma il neosindaco propone di usare la leva fiscale per spostare risorse da su (i ceti ricchi) a giù (i ceti meno abbienti) e nessuno dice nulla? Anzi, anche i ricchi lo votano? Ma allora questi americani son proprio pazzi! Per carità, New York, a livello statale è notoriamente democratica ma nella Grande Mela i dem non vincevano dal ’90. E poi, in questo caso, non si parlava di un “classico” democratico ma di un paladino delle minoranze, un politico obbiettivamente progressista con un bagaglio ideologico quasi inusuale per gli States.
E allora, tornando alla domanda iniziale, oltre che elogiarlo per due settimane in tv, potremmo sperare anche noi in candidati alla De Blasio? E’ plausibile pensare di avere un sindaco che in campagna elettorale attacca frontalmente i “45 mila super miliardari di Manhattan per essersi  arricchiti per anni sulle cattive condizione di vita e di lavoro del resto della città” senza rischiare magari di incappare in campagne denigratorie della stampa o di pressioni dei poteri forti?
Vi immaginate il sindaco di Roma che attacca la lobby dei costruttori così distanti dalle dinamiche della vita quotidiana?
Ecco forse a noi manca, non solo le capacità di simili candidati, ma anche l’abitudine degli elettori.
Elettori ormai stanchi che spesso appaiono pigri o forse addirittura incapaci di guardare oltre i meri e semplici slogan elettorali. E allora avanti a votare chi ci offre meno tasse ( come se i servizi che poi richiediamo si pagassero da soli), chi glissa sull’evasione fiscale, chi si ferma al facile attacco alla casta politica senza, però, poi proporre delle politiche concrete, lungimiranti.
Se De Blasio dichiara “scaduti i tempi della tolleranza per la diseguaglianza” da noi si incrementa un clima di odio ed intolleranza per il diverso e ce ne accorgiamo anche semplicemente parlando al bar col vicino di casa.
Come ben affermava Antonio Carlucci dell’Espresso: “I miliardari a Ny sono guardati con rispetto solo quando anche la sterminata classe media migliora le sue condizioni e la povertà diminuisce in modo costante…se le diseguaglianze si riducono la ricchezza prodotta viene distribuita”.
Ovviamente fare un ragionamento di questo genere da noi è praticamente impossibile. Lo è perché la forbice tra ricchi e meno ricchi aumenta sempre di più ma lo è anche perché le classi medie stanno sprofondando sempre più nella malattia del populismo soffermandosi anch’esse su aspetti marginali della politica come l’impatto mediatico dei candidati, le proposte d’immediato risultato (vedere caso IMU) ma non le idee concrete: quelle che guardano al sociale, all’ambiente, all’integrazione, allo sviluppo della cultura e della formazione di un paese.homeless_wide-0921690dba48a00c983ecc2bb1ddd8301a9f935a-s6-c30
La crisi economica ha messo in crisi anche i valori della classe media, forse prima un po’ più matura e capace di capire cosa servisse di più al paese. E invece dopo vent’anni di delegittimazione del diverso, di denigrazione del valore delle tasse, diventate uno strumento attraverso il quale la politica si arricchisce a danno del popolo, e invece , in un paese normale unico strumento in mano alla politica per promuovere iniziative egualitarie e limitare le ingiustizie sociali, insomma dopo vent’anni di populismo, restiamo a ancora una volta a guardare aspettando l’ennesimo uomo della provvidenza e non quello della lungimiranza.
La lezione che ci danno i Newyorkesi è fortissima: via i pregiudizi e il populismo, via il qualunquismo e la diffidenza: affidiamo alla politica il compito di abbattere le disuguaglianze e di migliorare la società, come era un tempo, come dovrebbe essere quando i politici, e gli elettori, si fermano a ragionare.

Ps ovviamente non tutti hanno preso bene l’elezione di De Blasio. Riporto qui parte del commento dell’opinionista  Richard Cohen sul Washington Post:

“Il partito repubblicano non è razzista, come Harry Belafonte dice del Tea Party, ma è intimorito dall’espansione del governo, dal secolarismo, dal mainstreaming di quella che una volta era l’avanguardia. Le persone con idee convenzionali devono respingere il riflesso faringeo quando considerano il sindaco di New York, un uomo bianco sposato a una donna nera e con due figli misti. Devo ricordare che la moglie di Bill de Blasio, Chirlane McCray, era lesbica? Questa famiglia rappresenta i cambiamenti culturali in corso in alcune parti, non tutte, dell’America. Per i conservatori, questo non assomiglia al loro paese”.

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