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Un altro due giugno: Rino Gaetano, voce libera e ribelle.

Due giugno, festa della Repubblica. In una Roma afosa e blindata quanto non mai, spiccano le bandiere e i mezzi corrazzati delle forze armate. Come ogni anno, nella monumentale e imponente via dei Fori Imperiali va in scena la consueta parata militare, sempre più ridimensionata per esigenze di spending review.
Sempre a Roma, nello stesso giorno, trentuno anni fa se ne andava uno dei protagonisti della musica italiana più amati di sempre: Rino Gaetano.
Figura coraggiosa, audace, innovativa ed innovatrice del panorama musicale italiano.
Artista e cantautore capace di fondere generazioni tra loro lontanissime, unite nel nome della musica, Rino Gaetano, ancora oggi, rivive nelle centinaia di cover band a lui dedicate, che da nord a sud cantano dinanzi a platee così variegate da fare invidia ai Rolling Stones.

La grande orecchiabilità dei suoi arrangiamenti faceva da contorno a testi unici. E pensare che i primi tempi si diceva che le sue fossero solo delle canzonette, semplici e ballabili, da passare alla radio o nelle prime discoteche, nate qualche anno prima.

Lui stesso, ai tempi di ” Gianna”, brano con cui arrivò terzo a Sanremo 78’, andava ripetendo come quella fosse la canzone più sempliciotta dell’album. Per questo non amava  farsi identificare come l’autore di certi brani, a suo dire troppo poco innovativi e commerciali, arrivando quasi a discostarsene. Le sue canzoni erano altro. Certo la bella musica c’era tutta, i testi da innamorati pure, ma c’era dell’altro: c’era quell’insieme di provocazione, rabbia e coraggio capaci di dare tutto un altro senso alle sue canzoni e in grado da differenziarlo dai classici cantautori dell’epoca

Ragazzo instancabile, Rino, sapeva raccontare l’Italia. Quell’Italia delle mille questioni aperte, delle lotte sociali dove ogni anno “l’autunno era più caldo dell’estate”. L’Italia degli scioperi, dei tanti segreti di stato. Ma anche quell’Italia coraggiosa, della gente che emigrava per cercare una vita migliore o quella che semplicemente s’ innamorava mentre sfiorivano le viole.
Anche quando c’era l’amore, però, in qualche modo c’era sempre un riferimento, una polemica, una velata denuncia sociale, un passaggio apparentemente insensato ma ricco, invece, di collegamenti con l’attualità, con la politica, con la cruda realtà del tempo.

E poi c’era il sud, il suo amato meridione, raccontato per filo e per segno in modo da proiettare in un batter d’occhio l’ascoltatore in una bella spiaggia calabra a calar del sole. Quel sud descritto in un misto di poesia e vita vissuta, raccontando le più intime sensazioni come solo un meridionale come lui avrebbe potuto fare. Il sapore del vino, il profumo del mare, la sensazione di nostalgia che vive solo chi è costretto a lasciare la propria terra d’origine per una vita migliore: Rino era tutto questo.
Salutare la propria terra è qualcosa che richiede coraggio, come i tanti migranti di quel tempo, come lo stesso Rino fece all’età di 11 anni.
I suoi testi sono pieni di ricordi e di emozioni figlie di quel sud tanto bello e incolto da far male, le sue strofe sono la testimonianza vivente di come, in fin dei conti, il posto in cui nasci ti segna per sempre.

Al passare di trent’anni però, poco sembra essere cambiato. Le denunce sociali abilmente nascoste nei suoi testi, solo in apparenza ingenui, sono la conferma di come Rino fosse davvero avanti con i tempi. Confermano come in lui ci fosse quella marcia in più per comprendere, anni prima, come sarebbe andato il mondo. Pensiamo a brani come “fabbricando case“,  capace di descrivere per filo e per segno la speculazione edilizia successiva alle grandi catastrofi che sconvolgono il nostro paese. Un brano che sembra parlare dei fatti dell’Aquila, invece è stata scritto trentaquattro anni fa.
I racconti di un paese  fermo nell’innovazione della propria classe dirigente e profondamente incapace di imparare dai propri errori sono tutt’ora attuali. Nei suoi brani, i protagonisti, gli scandali e i problemi di questo paese sono rappresentati con amara lucidità e fa’ un po’ male vedere che a distanza di così tanto tempo non sia cambiato praticamente nulla.

Dai mutamenti politici a quelli sociali sino ai grandi testi d’amore, struggenti, a tratti tristi, ma sempre curati e pieni di riferimenti, Rino raccontava la generazione che, dopo la gioia del boom economico e le sofferenze della guerra, viveva un periodo di duri scontri sociali e politici. Un paese che di li a poco avrebbe conosciuto una nuova alba con gli inizi di quello che possiamo definire il decennio più patinato di sempre: gli anni 80’. Un momento di cambiamenti epocali, pieno di eventi: dalla vittoria al Mundial di Spagna, alla scoperta della P2 fino, all’omicidio Calvi e alla banda della magliana, alla musica pop e al pentapartito. Ma questa è un’altra storia.

Quanto ancora avrebbe potuto raccontare nei suoi testi Rino, quanto sarebbe stato bello poterlo sentire ironizzare sui politici di oggi, sulle loro superpensioni, sulle disuguaglianze sociale, sempre più aumentate nel corso degli anni. E ancora quante battute su quelle auto blu sulla quale già a fine anni 70’ aveva ironizzato?
Il destino, però, a volte fa brutti scherzi e, come  spesso accade, i grandi artisti sembrano pagare il loro immenso talento con la propria vita, quasi come fosse una beffarda penale. Ripagati dalla triste consolazione che, talvolta, dalla loro morte possa nascere il loro mito. E così è avvenuto anche per Rino Gaetano.
A più  di trentanni da quella triste notte del due giugno 81’ la figura di Rino Gaetano sembra rimanere immortale, anche dopo il misterioso incidente che lo ha sottratto alla vita e alla musica. Di  lui ci rimane ancora tanto, o forse, rimane una cosa sola, la più importante: la sua voce. Una voce libera, una voce del Sud.

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Questa voce è stata pubblicata il 01/06/2016 da in Pensierisparsi con tag , , , .
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