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Anche Brindisi aveva la sua Necropoli

Da settimane, in città, tiene banco il tema della chiusura dell’Ipsia Ferraris, l’istituto professionale situato ai Cappuccini, dichiarato inagibile dalla Asl a causa dell’avanzato stato di deterioramento in cui versa la struttura.
Non tutti lo ricordano ma in quella zona, qualche metro sotto l’edificio scolastico, si estende una enorme necropoli di epoca romana e, per alcune parti, anche messapica, risalenti, addirittura, ai periodi antecedenti alla dominazione di Roma su Brindisi, iniziata intorno al 260 a.C.
Un complesso ampio più di duemila metri quadri che occupava tutta la zona antistante l’Ospedale Di Summa: da Via Cappuccini a Piazza Di Summa, da via Asiago a via Adamello.  Zone rimaste intatte per centinaia di anni, per poi essere edificate negli ultimi due secoli.
I primi ritrovamenti di reperti si devono al prezioso lavoro portato avanti da Giovanni Tarantini, storico brindisino che effettuò numerose ricerche sul tema. Era il 1884.
Alcuni decenni dopo, in pieno periodo fascista, vennero alla luce molte altre testimonianze della grande necropoli: frammenti di lastre, pezzi di lapidi e intere tombe, furono rinvenuti in occasione della costruzione delle case popolari di via Adamello.
Mezzo secolo dopo, nel 1982, fu la volta degli scavi laterali, condotti per l’abbattimento degli stabilimenti vinicoli Martinesi e Lazzaro-Ferraro. In questa occasione il rinvenimento fu di notevole spessore, tanto che la Soprintendenza ordinò la sospensione dei lavori per più di un anno.
A causa degli scavi per le costruzioni, gli sbancamenti, le ruberie e gli atti di vandalismo, buona parte della “città dei morti” è andata distrutta nel corso dei decenni. Verrebbe da chiedersi come mai non si pensò alla realizzazione di una zona archeologica.
Sostanzialmente perché buona parte dell’area era stata irrimediabilmente danneggiata dai lavori di costruzione degli edifici della zona. Vi erano, poi, motivi di ordine economico, date le enormi spese che la messa a nuovo della zona, avrebbe potuto comportare.
Inoltre, per alcuni esperti dell’epoca, sembravano mancare quelle ragioni meramente storico-artistiche da poter giustificare la conservazione del luogo originario, non essendoci quegli elementi distintivi delle necropoli monumentali. Tratti distintivi o meno, è un vero peccato constatare che tutto sia andato distrutto, sotterrato e danneggiato in nome dello sviluppo urbano.
Sempre se per progresso ed evoluzione si vogliono intendere le strutture che oggi ricoprono gli antichi scavi, tra le quali spicca anche il fatiscente stabile dell’Ipsia, al centro della bufera di questi giorni.
A Roma il bellissimo complesso degli scavi di largo Argentina fu scoperto durante i piani d’edificazione per il Nuovo Regno d’Italia, nei primi del novecento. Negli anni del ventennio, poi, si decise di approfondire la ricerca dei reperti e dare vita a una zona archeologica, corrispondente all’attuale superficie dell’Area Sacra, oggi meta di migliaia di turisti.
Nonostante le dovute differenze tra i due spazi – anche per il valore storico dei reperti – quello romano è un chiaro esempio di cosa sarebbe potuta essere una zona come quello che oggi giace sotto le fondamenta del quartiere Cappuccini.
Sarà forse parte del destino autolesionista che da decenni accompagna questa città, capace di distruggere o non valorizzare le proprie bellezze, ma, probabilmente, anche la misteriosa necropoli cittadina può essere annoverata tra i grandi rimpianti della nostra comunità.

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