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Progresso, post-verità e analfabetismo funzionale. Un contributo alle riflessioni di Pino Marchionna.

Ieri sera ho letto con attenzione l’ultimo articolo di Pino Marchionna. Le sue considerazioni, come sempre, sono spunto per approfondimenti e riflessioni interessanti. Condividendo e apprezzando quanto scrive,  mi permetto di aggregare alcuni elementi utili alla discussione. Restando nel campo della comunicazione e della politica, vorrei  partire dalla sua conclusione.
Il problema principale, a mio modesto parere, è proprio la difficoltà obbiettiva di riuscire a poter controllare, influenzare o fermare il fenomeno della degenerazione comunicativa, incrementatosi in questi anni, e che, tra i vari aspetti, contiene quello dell’impoverimento culturale e dell’analfabetismo funzionale.
Ciò che mi sono chiesto è: restando dove si è sempre stati – come conclude l’analisi – e quindi “dalla parte del ragionamento, dell’approfondimento e dello sforzo di comprensione dei fenomeni complessi”, si è ancora in grado di poter avere voce in capitolo?
Credo che la domanda da porsi, oggi, sia questa. Intendiamoci: la penso come Pino, e per dirla alla De Gregori “sempre e per sempre, dalla stessa parte, mi troverai”. Temo, tuttavia, che quella fondamentale scelta di campo – a cui lui, giustamente, fa riferimento – non sia, per tutti, così scontata. Perché non tutti hanno il tempo, la formazione personale o le capacità di “stare dalla parte del ragionamento”, e di fare lo sforzo di comprendere i fenomeni più complessi. Si rischia, così, che questa impostazione, per quanto iper-condivisibile, ci lasci in una posizione minoritaria e, magari, ininfluente. E allora, come uscirne?
Con scelte di campo, appunto, ma non personali, bensì collettive, che sappiano condurre il cittadino fuori dallo stato di catalessi e rimbambimento che sempre più lo contraddistingue e che, in molti casi porta a quella preoccupante spirale di analfabetismo funzionale di cui si parla nell’articolo.
Più di tutto, parla la foto presente nell’articolo di Pino. L’involuzione di un uomo che, dall’essere scimmia, passando per le caverne, arriva ad una nuova flessione, quella verso il computer. L’immagine dell’uomo credulone, dipendente dalla tecnologia, ma succube di ogni aspetto, anche quello più pericoloso, intrinseco in essa, è quella, ahinoi, ad oggi più aderente alla realtà. Credo, quindi, che la vera sfida sia quella di rendere libero l’uomo tecnologico, di farlo alzare dalla scrivania e dargli coscienza delle enormi potenzialità, ma anche dei rischi, dei mezzi di cui oggi dispone. Altrimenti il rischio è quello descritto dal francese Salmon, di una realtà in cui “gli individui  possono scegliere la loro fonte di informazione in funzione delle proprie opinioni e dei propri pregiudizi, in una sorta di inviolabilità ideologica che è anche una forma di autismo informativo”.
La base di partenza è, come accennato nell’articolo, è quella della crescita culturale di un popolo, dell’investimento nella sua formazione.
Poi c’è la politica, e il suo stretto rapporto con l’informazione e qui, la sfida è più ostica. macchina-da-scrivere
Anche la politica stessa può e deve tornare a fare analisi e approfondimento. L’impoverimento culturale dei cittadini è un tema che abbraccia anche quello del decadimento politico italiano: al vecchio sistema partitico si sono sostituiti freddi contenitori di slogan, e l’assenza – ormai totale – delle scuole di partito, così come il taglio del finanziamento pubblico ai partiti, hanno fatto il resto. Non solo impoverendo la proposta politica nel complesso, ma svuotandola quasi del tutto di contenuti. Ma andiamo con calma e proviamo a rispondere alla domanda posta all’interno dell’articolo.
“Quale diga fermerà il crollo verticale della cultura degli italiani, se chi deve rappresentare, chi deve insegnare e chi deve intermediare non si impone di essere più preparato?”.
La risposta, volutamente ottimistica, mi spinge a dare tre indicazioni: il cittadino, la formazione culturale (personale e collettiva) e la politica.
Quest’ultima ha l’incarico più gravoso, essendo ormai influenzata dai venti populistici che spingono alla semplificazione del messaggio, e quindi anche delle politiche effettive da attuare per la popolazione.
Se da un lato l’impoverimento culturale, lo svuotamento ideologico e contenutistico dei partiti (più voluto che sopraggiunto), l’enorme evoluzione dei mezzi di comunicazione e interazione sociale, hanno senza dubbio influito sulle capacità e sulle modalità di formarsi da parte del cittadino comune, dall’altro è cresciuto un mondo parallelo che su tutti questi fattori, ci campa e ci guadagna e che, ovviamente, punta al mantenimento, e alla crescita, di questa situazione.
Senza alcun intento di voler politicizzare il discorso, perciò, credo che in questa analisi si possano benissimo inquadrare alcuni fenomeni socio-politici visibili oggi nel mondo. Tra questi, senza dubbio, l’avanzata dei movimenti populisti nonché dei fenomeni delle destre estreme, presenti in molte zone d’Europa e non solo. Lo stesso Trump ha trionfato raccontando una realtà che semplicemente non esiste, ma che è unicamente funzionale alla creazione degli obbiettivi che lui aveva in mente per vincere.
Per tornare al punto, quindi, la risposta è da cercare essenzialmente nel ritorno alla politica vera, quella in grado di elaborare idee per il cittadino, quella dei contenuti, che sappia staccarsi dalla maniacale dipendenza dai  mezzi di comunicazione che, negli anni, l’ha resa più perforante che performante.
Vi è poi, il tema centrale della formazione, giustamente citato dall’articolo.
La flessione che da anni caratterizza gli investimenti in ricerca, scuola e formazione (nel nostro paese in maniera sempre più esponenziale) è senza dubbio il punto essenziale di questo ragionamento.
Nell’articolo si dice, giustamente, che “non esiste futuro, se i primi a rifiutare la complessità e l’approfondimento sono i politici, gli insegnanti” e così via. A tal proposito mi viene in mente un’esperienza personale, accaduta qualche mese fa, nel pieno della campagna referendaria. Mi ha colpito la mole impressionante di bufale, catene social e link da siti farlocchi, che veniva condivisa all’interno di una chat di professori che, non solo condividevano il tutto ma, appunto, erano assolutamente convinti della bontà delle notizie diffuse. Anche le più assurde e irrealizzabili. Ed è paradossale che, a volte, anche coloro che dovrebbero insegnare ai giovani come leggere la realtà, sono i primi a non documentarsi, non analizzare o, semplicemente, non riflettere un minuto in più su ciò che diffondono e che, come abbiamo visto, fa più breccia di un articolo scientifico.
Infine, alla base di tutto, ovviamente, ci sono i singoli cittadini, che, anche grazie al supporto della politica e alla crescita culturale, devono poter sviluppare quella maturità necessaria a comprendere l’urgenza di determinate scelte.
E a tal proposito come non pensare ai fatti di casa nostra? A una città da anni sempre più dormiente e incapace di essere determinante, anche nella semplice (si fa per dire) scelta della propria classe dirigente.
E questi ultimi giorni lo testimoniano ancora di più.
Motivo per cui, nel primo numero di quest’anno di Agenda Brindisi, avevo auspicato, come proposito collettivo per il 2017, che la nostra comunità possa davvero sviluppare una propria coscienza civile per tornare, come ben scrive Pino, “a partecipare alla vita sociale”, ad avere quella “propensione a valutare le proposte economiche e politiche nella loro complessità”.
Insomma, le sfide sono tante. Alcune nelle nostre potenzialità, altre meno.
Ma altrimenti che sfide sarebbero?

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Questa voce è stata pubblicata il 17/01/2017 da in Pensierisparsi, Politicando con tag , , , , , , .
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